LUCCA SUMMER 2014 – 5 CONCERTI


Anche quest’anno devo ringraziare Giampaolo Simi e Enrico D’Alessandro per avermi coinvolto nell’avventura del Lucca Summer Festival (ecco i link ai report del luglio 2013, su Mark Knopfler e Neil Young). Invece, questa sotto è la volata sui ben cinque concerti della rassegna che si è appena conclusa.


EAGLES – 2 luglio 2014

Insomma, la Storia sta per mettere piede sul palco del Lucca Summer. E io ho il telefonino al 44%. Durante il pomeriggio ho buttato ai cani chili di batteria, postando foto su foto del nuovo allestimento del festival («Amore, mi passi la carica?» «Ehm… Quale carica?» «Ma porc…»). Piazza Napoleone è piena. In giro c’è quell’elettricità bella dell’attesa. È il primo ciak della manifestazione, e l’idea che stai entrando in collisione con dei ragazzi che vanno verso la settantina del calibro di Timothy B. Smith, Don Henley, Glenn Frey e Joe Walsh ti dà quel magone un po’ apocalittico, a metà tra il “Facciamolo durare per sempre” e il “Su, uscite, cazzo!”. Non resisto alla tentazione, e scatto qualche altra foto. La batteria scivola al 41%. Gli iPhone hanno questo problema: capiscono che ti servono di brutto, e subito vanno in picchiata, asciugandosi a vista d’occhio. Alla mia destra c’è Giampaolo Simi, e anche lui ha le dita scalpitanti. Apre e chiude pagine sul tablet. È tutto pronto. Dalla folla si alza un boato a ogni minimo movimento dei tecnici di palco. Di colpo si abbassano le luci, e gli Eagles arrivano. Spaccano il secondo. Parte l’unica data italiana del tour. A proposito di vibrazioni che ti sparano in vena fin dalla notte dei tempi: sul palco c’è How long. Segue Take It to the limit (a tratti il buon Simi mi soccorre, aggiusta il mio inglese selvatico, che digito a velocità supersonica, cercando di sfruttare ogni goccio di batteria). Ma la verità è questa: siamo tutti allucinati. Là c’è un mostro a quattro teste e con gli strumenti affilati all’inverosimile. Non una sbavatura. Dalle casse ci arrivano addosso urti di suono solido, preciso. Scorre Hearthache tonight. Poi ecco Those shoes, In the city… Nella memoria si accendono certe reminiscenze antiche, di vecchie cassette del liceo, TDK da novanta minuti strapiene di tutto. C’era anche Dirty laundry, certo. Dietro di me c’è Zucchero. È buffo seguire il concerto con i suoi controcanti nell’orecchio. Io non stacco gli occhi da un punto preciso del palco. Gli Eagles sono tutti scintillanti, ma Joe Walsh. Lui è qualcosa di micidiale. Era il 1976. Nascevo, e quel tizio entrava nel gruppo. Ora posso dirlo con certezza: esiste, non è un’invenzione americana. Ha carne, ossa e una vagonata di chitarre da far brillare (leggi: esplodere). Scava i pezzi a mani nude. Senza quel taglio, sarebbero un’altra cosa. È lì che batte il cuore della bestia. Life in the fast lane segna la pausa, e tutti ci guardiamo attorno un po’ stupiti («Di già? Ma quanto tempo è passato? Chi sono? Dove sono?»). Inutile dire che il rientro della band per il bis fa riesplodere la piazza: Hotel California. E poi giù, a brutto muso: Take It easy, Rocky mountain way,Desperado. Tanti applausi, che più di quello non si può. Il palco si illumina e le aquile volano via. C’è della roba che si è riattivata sottopelle. E comincia quel vago senso di irrealtà che a volte mi prende nei post-concerto. È passata una bella folata d’America. La batteria è al 2%. Invece dentro hai un sacco di ciccia in piena.


THE PRODIGY – 10 luglio 2014

In Piazza Napoleone c’è atmosfera da rave. Manca ancora un’ora all’inizio del concerto, e i ragazzi del Pronto Soccorso portano via un giovanotto che ha preso male le misure con le birre. Capita. Ma in generale c’è euforia. E una bellissima parata di tatuaggi, piercing e tempie rasate. È un pubblico diverso, quello di stasera, che non abbraccia generazioni all’infinito. Eppure, qua e là spuntano delle famigliole. Stavolta sono preparato. Ho due batterie portatili. I Prodigy non pubblicano un album dal 2009, e questo mi tiene al riparo da eventuali sviste. Per un attimo ho la tentazione di infilarmi nel backstage per vedere da vicino l’arrivo sul palco, ma poi ci ripenso. Me li voglio prendere in faccia di potenza. Alvino dj tiene la piazza in caldo. Poi ecco salire il telo con le tre maschere del fondale. Le cinquemila teste si drizzano all’istante. I cannoni laser cominciano a sgranchirsi le ossa. Qualche sbuffo di fumo, tanto per. Finché arriva il momento. L’urto del suono è qualcosa che ti spacca lo stomaco. Breathe. Keith, Maxim e Liam sono esattamente quello che ho spulciato nei live di YouTube, negli anni. Esplosioni atomiche, laser impazziti, colpi di rullante enfatizzati da lampi di flash che ti spappolano le pupille. In mezzo a questa baraonda, i pochi momenti di buio sono degli schiaffi che ti lasciano lì, spaesato. Non è uno spettacolo adatto per chi soffre di attacchi epilettici (parlo sul serio). Intanto Maxim continua ad aizzare la folla, mentre Keith rimbalza su e giù per il palco, buttando colpi di voce stronza. Passano pezzi come Voodoo people, Omen, Thunder, AWOL. Le basi di supporto, ma sopra si suona duro. La chitarra scortica, la batteria entra a valanga su altre batterie campionate. Liam fa il mago dei synth. Arrivano Run with the wolves,Spitfast. Fino all’impennata finale, prima dello stacco: Invaders must die e Smack my bitch up. Pausa. E tu dici: «Cioè, mi prendete per il culo?». Perché sono passati diciassette pezzi, come una raffica di mitraglia. Ti convinci che sei tu quello strano: forse hai la percezione del tempo a puttane… La ripresa finale è una fucilata: Take me to the hospital, New beats, Their law. E a questo punto te la prendi davvero. I Prodigy spariscono, e ti accorgi che, a parte tutte le suggestioni del mondo, il concerto è durato effettivamente poco. Forse un’ora e mezza o giù di lì. Ci aspettiamo un’altra incursione (anzi, la diamo quasi per scontata), ma poi sul palco arrivano gli operai, per smontare. Sei mezzo sordo e ancora abbagliato dai laser. D’un tratto ti tolgono dallo stomaco le vibrazioni bastarde di quei bassi e ora ti mancano; hai l’impressione di dover imparare a camminare da capo. A parte la durata, i Prodigy lasciano un cratere fumante nell’asfalto di Piazza Napoleone.


BACKSTREET BOYS – 23 luglio 2014

Io pensavo che erano quelli che all’inizio degli anni ’90 cantavano quella canzone dove nel video nevicava dentro una villa e loro erano vestiti un po’ da poveracci e facevano le bocchine vicino a un pianoforte. La mia ragazza mi bastona all’istante: «Quelli erano i Take That, cretino!». E io zitto. Lo ammetto: di questi signori non so niente. Con la N maiuscola, napoleonica. La piazza omonima è già serrata, le transenne prese d’assalto. È un pubblico al femminile, dai quindici ai quarant’anni. E io non voglio cedere al cinismo da lupo che imperversa nei social, dove tutti hanno un’opinione su tutto. Dentro di me c’è una voce antipatica, che urla: “Perché sei venuto a vedere questa cazzata?”. La ignoro. Apro Wikipedia e leggo che questi ragazzoni hanno venduto oltre 130 milioni di dischi nel mondo. Naturalmente non significa nulla. La vocina si accanisce: “Lo vedi che sono una cazzata imperiale?”, e vorrebbe impormi di andarmene in giro con la puzza sotto il naso, compatendo le isterie di queste ragazzine. C’è una parte di me che fa proprio schifo. Lo dico subito: il concerto è stato quello che mi aspettavo. Sul palco, neanche l’ombra di uno strumento (a parte un momento centrale, dove i cinque hanno tentato una versione acustica di qualche loro successo planetario). Ballavano, un po’ appesantiti dalla quarantina andante. Cantavano (bene, per carità; come canta bene qualche tizio che trovi sul litorale, che si guadagna la pagnotta con il piano-bar). Dice: allora è stata una tragedia. Non è vero. E io sono ancora qui a scrivere questo pezzo, malgrado le aspettative di chi bramava un passo al napalm da intellettualoide aggrottato, come: “Backstreet Boys: una merda (punto)”. Andare oltre. C’è stato un altro spettacolo, il 23 luglio. Uno spettacolo che non fa capo alla musica (solo quell’imbecille della mia vocina interiore poteva pensare questo). Sul palco c’erano questi tizi che si dimenavano, si cambiavano i vestiti, ammiccavano a tutto spiano (gente che ha trovato un lavoro buono, con la crisi che c’è. Non possiamo fargliene una colpa). È dai primi anni ’90 che fanno incetta di adolescenti, nel mondo. Beccano milioni a palate perché si posizionano in quel pezzetto di vita che va dall’infanzia all’adolescenza (o qualcosa di più). È un luogo particolare. Lì non si “ascolta della musica”: ti timbrano a fuoco. E il pubblico di Piazza Napoleone era proprio questo: uno scroscio di vecchie intimità, nostalgie di bimba, aspettative di ragazza. Occhi persi, scaraventati a vent’anni prima. Quei signori erano lì a cantare questo, in fondo. Lo facevano con qualche ruga in faccia e una manciata di chili appiccicati ai fianchi. Insomma, una bella rimpatriata di emozioni. Sono cose che spaccano il fiato (portatemi a vedere un concerto de I Cavalieri del Re. Riccardo Zara intona Lulù, l’angelo tra i fiori e io crollo in ginocchio di sicuro). Alla fine del concerto siamo nel backstage. Li vediamo sfilare, i Backstreet Boys, tranquilli, sudati persi e sorridenti. Strappiamo anche una foto con uno di loro (quello che sembra Sayid di Lost, per capirci). La vocina dice che è lui quello fortunato. Ma è scema, l’ho già detto.


CAT POWER – 26 luglio 2014

Sono in ritardo mostruoso, e i parcheggi di Lucca scoppiano. Per un momento rivedo un pomeriggio di qualche mese fa, per il Comics: arrivo in città alle due del pomeriggio e dopo tre ore vado a farmi l’aperitivo a Pisa, senza che ci sia stato il Cristo di mettere la macchina in un buco. Pieno, fino alla periferia e oltre. Le navette arrivavano da Marte. Un bordello del genere, neanche per gli U2. Comunque. Il cielo è gonfio, le mura sono assediate dai fulmini. È una corona di lampi e brontolii. Io mi innamoro di spettacoli di questo tipo. Alla fine becco un posto e mi ci butto al volo (per fortuna c’è gente che teme la pioggia come se fosse lava, e schizza a casa alla prima avvisaglia). Appena apro lo sportello, annuso l’aria. C’è brezza di tempesta. La parte negativa della faccenda è che Cat Power ha già cominciato. Si sentono gli echi del rullante. È tutta una fuga. Okay, forse la signora Marshall non è la mia priorità (il Lucca Summer 2014 stasera chiude i battenti, e offre ben due concerti). L’ho sempre sbirciata da lontano. Ma sono affascinato dalla sua storia storta, dai suoi tormenti infiniti. In molti mi hanno raccontato che vederla all’opera fa male e bene insieme. Arrivo sul finale di Manhattan, e Chan Marshall è lì in mezzo. Ha questa voce che ti graffia il filo della schiena. E non si dà pace: si porta al lato del palco, poi di nuovo al centro. Finisce il pezzo e si scusa, dice di essere influenzata (almeno, io capisco così). Forse ci sono dei problemi con la spia. Discute con il fonico. Poi va dal tastierista, si arrabbia. Torna al microfono, sorride. Chiede di nuovo scusa. Non si capisce quale problema ci sia sul palco: noi la sentiamo benissimo. Alla fine, più che un concerto vero e proprio, quella di Cat Power è una performance da gruppo spalla. Il megaschermo centrale è fisso sul logo del Lucca Summer, le luci usate con il contagocce, e dietro ai musicisti ci sono gli strumenti della prossima band, coperti dai teli. Scorrono Bully e Metal heart. Di fondo, scorre anche l’irrequietezza di Chan, che comunque tira delle bordate assolute. Una voce rugginosa, che taglia. E la sensazione che sia ogni momento sul punto di correre via, rincorsa da qualche fantasma che può vedere solo lei. Poi ecco Ruin – suprema. Il finale è una bomba nel cuore: Cat Power che prende un gran mazzo di fiori bianchi e comincia a distribuirli a quelli nelle prime file. “Saranno crisantemi?” penso.


THE NATIONAL – 26 luglio 2014

Il cambio palco è veloce. E io fremo da fare schifo, perché i The National sono uno dei miei ultimi amori musicali (ricordo ancora il giorno in cui mi sono ritrovato davanti all’album High Violet: lo sconcerto puro). D’un tratto si spengono le luci. Il megaschermo si accende e riconosco i corridoi del backstage, ripresi da una telecamera dietro le quinte. Eccoli, stanno arrivando. Sfilano uno dopo l’altro. Intanto, salgono le note di Riders on the stormdei Doors, ed è come una specie di richiamo, perché accade tutto in pochi istanti: la band arriva sul palco, che si illumina davvero, attacca Don’t swallow the cap con l’intenzione di un mattone che manda in frantumi una lastra di vetro – un attimo dopo si spacca il cielo, e comincia la pioggia. È uno spettacolo surreale. Non mi è mai capitato di vedere qualche migliaio di teste che dai bordi dell’ammassamento si sparpagliano nelle retrovie, per cercare riparo sotto agli alberi e al pezzo di copertura che sborda dalla tribuna. Il tutto, proprio nel momento in cui una band tanto attesa si manifesta. Di solito accade il contrario: ci si ammucchia davanti, per dare il primo abbraccio. Ma in questo caso (nonostante i più resistano, naturalmente stoici) c’è il sapore di qualcosa che si sfilaccia. Sta di fatto che i The National sono là sopra. Matt Berninger ci scaraventa nelle pieghe da urlo di questo gruppo che negli anni è cresciuto da morire. Sono consci della loro potenza, e mandano il motore in libertà. Passano pezzi come I should live in salt, Bloodbuz Ohio (qui non piove già più), Hard to find, Afraid of everyone… Sono un rullo compressore emozionale. Poche parole nelle pause tra una canzone e l’altra (a parte i «Grazieou»). Belle le atmosfere che arrivano dal megaschermo. In certi pezzi Matt sfodera l’ugola come dio comanda, tranciando il suo timbro baritonale (è il caso di Abel; e le botte finali su Graceless – ma prima si passa da Squalor Victoria, This is the last time, Pink rabbits, England…). Nell’ultimo decennio abbondante, questi tizi hanno dato in pasto al mondo una miriade di perle nere, e ora sono lì, a scagliarne alcune sui tremila di Piazza Napoleone. Nell’unico, breve discorso, vengono citati altri mostri oscuri, come Leonard Cohen e Nick Cave (ma anche la stessa Cat Power). Il pianeta Terra, guardato dalla lente dei The National, si illumina di sprofondi intimi e rabbia luccicante, che in pochi sanno mettere in musica come loro. Poi Fake empire ti chiude l’uscio in faccia. Sono state sparate ben diciotto cannonate. La band abbandona il palco, mentre i fan si scorticano le unghie sulle transenne, perché non può già essere l’ora dei bis. Vogliamo tutti restare al calduccio, sotto quella bella coperta di tenebra esistenziale. Ma così è. La ripresa riaccende la miccia: Mr. November. E le budella che si accartocciano su Terrible love. Nel frattempo, Matt fa impazzire i roadies e gli addetti alla sicurezza: si butta in mezzo alla gente. Vengono sciolti chilometri di cavo, e lui continua a cantare, mischiato al pubblico. Si fa tutta Piazza Napoleone, da una parte all’altra, mentre grumi di teste lo assediano, lo strapazzano. È un bagno di folla meraviglioso. Poi sbuca di nuovo sul palco. Ma non è contento, e nell’aria cominciano le note di una Venderlyle crybaby geeks suonata in acustico, come alle cene tra amici. Mr. Berninger si ributta sulle transenne e dà l’asta alle belve. È così che si conclude il concerto dei The National. È così che chiude il Lucca Summer Festival 2014. Con noi: https://www.youtube.com/watch?v=eyV2Htitmtc https://www.youtube.com/watch?v=mE3EBAxzpLY

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